lunedì, agosto 30, 2004
ANDARSENE CON UNA CAPRIOLA (grazie a Henry)
"Stamattina sono stato a un funerale. La cerimonia è andata via liscia e incolore finché alla fine il prete ha detto: "Ora il figlio vuole dire qualche parola". Il figlio, in dieci minuti, ha tratteggiato un ritratto vivo, affettuoso e vivace del padre. Un ritratto senza sbavature né esagerazioni né cedimenti al sentimentalismo. Ma quei dieci minuti hanno avuto più calore, colore e spessore di tutto il resto della cerimonia. Il papà era ancora lì tra noi, vivo, e questo sarà il ricordo che ne manterremo. Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi divesse succedere anche a me di morire - evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni - ecco le mie istruzioni per l'uso.
La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L'ora? Tardo pomeriggio, verso l'ora dell'aperitivo. Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra. Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all'epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent'anni. 
Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati.
Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po' più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.
Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l'orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po' anche a me. Voglio che si rida - avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte - . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole.
Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un'offesa alla morte, bensì un'offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega".
Enzo
venerdì, agosto 27, 2004
"Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato". [ENZO BALDONI]

Si muore, a volte, per raccontare. Perchè per chi ha dentro questo lavoro, è peggio morire di morte lenta, se non si scrive, non si racconta, non si parte, non si vede. Lui era così: aveva bisogno di raccontare quello che gli altri non potevano vedere. Aveva bisogno di dire quello che era scomodo sentire. Aveva bisogno di regalare parole a chi era stato devastato dal rumore delle bombe e delle guerre. E' così e lo sa bene chi fa questo mestiere non per il prestigio sociale che ti dà, per il successo che forse, prima o poi, ti piove addosso, per i privilegi concessi a una categoria potenzialmente pericolosa. Lo sa bene chi fa questo mestiere per un sogno, un sogno spesso più grande della tua stessa vita, un sogno che a volte rischia di inghiottirti, non ti fa dormire, ti sbarra gli occhi di notte e ti butta in un vortice di pensieri troppo pesanti da gestire con il cuore leggero. Se ne è andato e con lui la speranza che questo lavoro in fondo ti possa salvare. Ti possa far guardare le stelle con occhio diverso. Lo fa, questo è sicuro, ma come ti innalza, così ti sprofonda. E a volte ti uccide. Ma per uno come Baldoni, questo è quello che conta meno. Lo scrisse come un testamento nel suo blog, il suo ultimo post: "Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me." e. E allora, forse, ci si consola un po' e sono sempre le parole a consolarci, più di qualunque altra cosa. Le sue parole arrivano lentamente dentro le ferite e danno un piccolo sollievo. Più piccolo, che sollievo. Ma pur sempre qualcosa che un po' aiuta a respirare, nonostante le lacrime che scendono in gola ti impediscano di respirare. Ciao Enzo, nonostante tutto, voglio ancora fare la giornalista. Anche se il mio sogno oggi sembra ancora più irraggiungibile.
lunedì, agosto 09, 2004
QUANDO LE STELLE NON CADONO... Tempo di stelle cadenti. Come se bisognasse accorgersi del cielo solo a San Lorenzo. Esattamente come chi diventa improvvisamente romantico solo a San Valentino o donna solo l'8 marzo o mamma solo la seconda domenica di maggio o di sinistra solo il 25 aprile. E poi c'è chi le stelle le guarda tutti i giorni, le riconosce ad occhi chiusi e non aspetta che cadano per farsi rapire dalla loro magia. Per esempio don Vittorio Ferrari, il cappellano dell'ospedale di Sesto San Giovanni. Un milanese che, incredibilmente, ogni tanto guarda all'insù, con tutto il rispetto per i milanesi. Don Vittorio, forse perchè abituato a rivolgere lo sguardo alle cose per definizione infinite e senza confini precisi, è sempre stato appassionato di astronomia e ha deciso di regalare la sua passione anche a chi ha lo sguardo costretto dentro quattro mura. E quattro mura tristi come quelle di un ospedale. La sera, quando fa buio, sale sul tetto dell'ospedale insieme ai pazienti e fa' loro sbirciare una fetta del grande cielo dal piccolo occhio di vetro del telescopio che i medici e gli infermieri gli hanno regalato la notte di Natale di qualche anno fa. "Portare le persone che non stanno bene a vedere le stelle - mi ha raccontato don Vittorio con la sua voce che infonde calma e serenità - è come dire loro di guardare in alto, al di là della sofferenza; ma è anche un modo che ho sempre usato per dire che loro per me sono le prime stelle da guardare, senza andare troppo oltre". E i pazienti l'hanno capito, gli chiedono di portarli a vedere la luna, le stelle o i pianeti; gli chiedono di farli uscire dall'orizzonte stretto della loro malattia per spaziare in quello immenso del cielo, che "è il gemello dell'oceano", secondo don Vittorio. I bambini poi si lasciano incantare dall'indice del prete astronomo puntato su quei puntini luminosi che assumono varie forme e che hanno la loro mitologia. Forse un giorno capiranno che quell'indice è stato il segnale più importante nella loro vita per seguire la strada giusta. Che non è quella dove le stelle cadono, ma quella dove vengono schizzate verso altri cieli. Nell'altrove.
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La velocità con cui viene data una notizia avvicina alla verità? Da qui parte l’avventura del Monello. Da una domanda. Una domanda scomoda. IL Monello nasce con questo spirito. Nasce per insinuare dubbi là dove ci si appoggia mollemente su false certezze. Per paura. Anche il Monello ha paura,ma rifiuta risposte preordinate e “fa la linguaccia” ad un modo di vivere subordinato a scelte esclusive di burattinai al di sopra di ogni controllo. Il Monello vuole scegliere. É giovane e vuole fare la sua strada, le sue scelte. Il Monello vuole costruire. I suoi occhi bambini vedono cose che non gli piacciono. Sa che è difficile e che forse è un processo così lungo che potrebbe anche non beneficiarne direttamente. Ma ha la saggezza di chi pianta un albero e lo cura nei primi anni di vita, sapendo che dei frutti migliori, quelli più grossi e succosi, godrà chi verrà dopo di lui.Il Monello conosce la risposta a quella domanda. Non sempre la velocità della notizia avvicina alla verità. Così il Monello indaga, ragiona, dibatte, denuncia lontano dalle sirene della pubblicità, dei finanziamenti, delle logiche commerciali, come un bimbo concentrato a correre, a giocare e a dire quello che è.
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