IL MONELLO

venerdì, luglio 30, 2004

Un Uomo
(Ciao, Tiziano)

Il saluto a TIZIANO TERZANI di Henry,
Istintivamente

Lo avevo intervistato una decina di anni fa, per il suo libro "Un indovino mi disse". E già mi era sembrato un uomo speciale. Sorrideva e mi trattava come un collega. Era così, in effetti, ma provate oggi a intervistare uno meno bravo di lui, che però magari è sempre in tv. Un Mughini, un Vespa, un Gervaso. Era vestito tutto di bianco, ma non aveva ancora la barba lunga. Mi consigliò di scrivere un libro sui giornali italiani e sul senso del ridicolo che li pervade, ma che quasi tutti ignorano. Gli avevo dato la mano con un sorriso e molta gioia dentro. L'avevo rivisto due anni fa a Mantova, al festival. Sedevo sul prato con la mia morosa di allora e lo ascoltavamo incantati. Era un uomo ancora più illuminato, dolce, pieno di energia. Parlava del cane che tutti abbiamo dentro, e che neghiamo. Ma anche della possibilità di tirare fuori il meglio da noi. Parlava della rabbia e dell'orgoglio, con una bella ironia. Citava con un sorriso la sua "innominabile concittadina", astiosa prigioniera di un grattacielo a New York, e la invitava a cercare la pace dentro di sè, anzitutto, invece di continuare a odiare. Oggi Tiziano Terzani torna verso la casa del Padre, che forse non è lo stesso che intendo io. Torna all'energia primaria dell'universo, quello che ha scrutato da solo e a lungo nelle notti sull'Himalaya, dove si era isolato a meditare sull'impermanenza, sul vuoto del mondo, su tutto ciò che si trasforma. Fino a quell'11 settembre, in cui aveva cominciato a capire che doveva scendere. Tornare nel mondo e raccontare. Forse l'unica conseguenza positiva, di quel giorno nefasto, che ci ha almeno ridato, anche se per troppo poco tempo, un Uomo. Un uomo, Oriana, sì. Pensaci anche tu.




postato da monello | 30/07/2004 12:32 | commenti (4)


venerdì, luglio 16, 2004

IL DOLORE INUTILE RACCONTATO DA UN MAESTRO
Ci sono delle persone che hanno qualcosa negli occhi, una specie di fuoco sacro, inavvicinabile. Il rischio è essere bruciati. Oppure è solo il mio timore reverenziale verso alcuni Maestri del mestiere, quelli che con alcune parole ti raccontano una vita esattamente come la stessero scrivendo per un articolo di giornale. Sergio Zavoli mio ha fatto questo effetto ieri sera, quando, dopo la presentazione del suo libro "Il dolore inutile", mi ha stretto la mano con forza e mi ha fissata dritta negli occhi. Mio padre mi ha sempre detto una cosa che poi ho riscontrato negli anni, proprio lui che quando saluta qualcuno dà una stretta di mano talmente vigorosa da provocare dolore nei meno abituati: "Le persone schiette, sincere, con personalità e cuore sono quelle che ti danno una bella stretta di mano, di tutte le altre diffida". Zavoli ha una stretta di mano simile a quella di mio padre e devo dire che la corrispondenza mano-anima viene sigillata dalle sue parole e dalle sue azioni. Ha parlato per due ore dell'accanimento terapeutico, del tabù che ancora domina la mentalità medica del nostro Paese nel somministrare morfina a malati terminali, dilaniati dal male e sfigurati dal dolore. Due ore di argomentazioni chiare, documentate, impregnate di cognizioni cristiane, seppur profondamente laiche, dense di filosofia, ma soprattutto di profondo rispetto per la vita. "Siamo nati per vivere - ha detto a un certo punto - non per morire e più si vive meglio è, l'ha detto anche il Papa". Un garbato e composto signore di 81 anni che parla della morte come se fosse uno spettro lontano è una cosa che mi fa sempre specie, perchè certe persone davvero sembrano immortali. E lo saranno per quello che hanno saputo trasmettere agli altri. Ieri sera la sua voce profonda e pacata nel ricordo della malattia del padre e del dolore inutile che per tanti anni dovette subire, non si è mai incrinata, non ha mai cambiato il tono di fronte alla provocazione, non si è mai abbassata parlando delle conseguenze spiacevoli che il dolore per una malattia provocano in una casa, in una famiglia, nella persona che ne è vittima e in tutte quelle che la vedono spegnersi lentamente. "Un giorno un medico prese in disparte  me e i miei fratelli e ci disse, con quella che non si chiama propriamente psicologia, che nostro padre per quella malformazione al cuore avrebbe potuto morire da un momento all'altro anche solo allacciandosi le scarpe: io e i miei fratelli abbiamo vissuto per anni e anni con l'incubo che mio padre si chinasse per calzarsi le scarpe. Così, in uno dei primi viaggi che ho fatto per lavoro in Africa, in un mercatino un giorno vidi questo calzascarpe alto. Ne comprai tre e arrivai a casa convinto che dopo questo acquisto mio padre non sarebbe morto mai". Il racconto di Zavoli del dolore suo, di suo padre e di tutta la sua famiglia, non ha mai toccato punte di pietismo, non ha mai raggiunto la soglia del patetico. Realistico, quasi innocente, come la morte che arriva a un certo punto a portarsi via le persone che amiamo. L'unica colpa è in chi non permette che l'addio avvenga senza quel dolore straziante e senza senso che devasta il corpo di chi soffre. E su questo Zavoli è stato duro, pur usando parole all'orecchio morbide e quasi ingiallite dagli anni, quelle parole che solo Loro, i grandi Maestri del Giornalismo possono permettersi di usare con classe e disinvoltura, mentre tutti quelli che cercano di fare i giornalisti vengono inghiottiti dal ritmo incalzante delle agenzie di stampa, dell'informazione strillata, dalla pubblicità mascherata da notizia. Per Zavoli la notizia è ancora quella che nasce dal cuore, dall'ascolto, dal dialogo che arricchisce e trasforma chi fa le domande e chi risponde.


postato da monello | 16/07/2004 18:19 | commenti


La velocità con cui viene data una notizia avvicina alla verità? Da qui parte l’avventura del Monello. Da una domanda. Una domanda scomoda. IL Monello nasce con questo spirito. Nasce per insinuare dubbi là dove ci si appoggia mollemente su false certezze. Per paura. Anche il Monello ha paura,ma rifiuta risposte preordinate e “fa la linguaccia” ad un modo di vivere subordinato a scelte esclusive di burattinai al di sopra di ogni controllo. Il Monello vuole scegliere. É giovane e vuole fare la sua strada, le sue scelte. Il Monello vuole costruire. I suoi occhi bambini vedono cose che non gli piacciono. Sa che è difficile e che forse è un processo così lungo che potrebbe anche non beneficiarne direttamente. Ma ha la saggezza di chi pianta un albero e lo cura nei primi anni di vita, sapendo che dei frutti migliori, quelli più grossi e succosi, godrà chi verrà dopo di lui.Il Monello conosce la risposta a quella domanda. Non sempre la velocità della notizia avvicina alla verità. Così il Monello indaga, ragiona, dibatte, denuncia lontano dalle sirene della pubblicità, dei finanziamenti, delle logiche commerciali, come un bimbo concentrato a correre, a giocare e a dire quello che è.



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>Gli occhi dei bambini
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