martedì, maggio 11, 2004
"E' cieco chi guarda solo con gli occhi" (proverbio Saharawi)

(Senza tetto irlandese, foto Repubblica)
mercoledì, maggio 05, 2004
SE I NOSTRI RISPARMI FINANZIANO I CANNONI daniela corneo Un operaio che lavora, guadagna poco più di mille euro al mese e li mette da parte nella sua banca. Un ragazzino del Congo che imbraccia un fucile, lo usa come un giocattolo nella guerra che sta devastando il suo paese e la banca non sa nemmeno cosa sia. Eppure la banca dell’operaio punta molto su quel ragazzino. Tra molte banche italiane e i numerosi focolai di guerra accesi in tutto il mondo c’è infatti un legame stretto, anzi strettissimo, se si pensa che i soldi dei risparmiatori servono molto spesso a finanziare ditte che esportano armi nei paesi caldi. Senza che quello stesso operaio ne sappia nulla. Molto spesso, infatti, le banche mettono a tacere le transazioni regolarmente autorizzate ogni anno dal nostro Governo. I movimenti pacifisti, le associazioni e i soggetti religiosi – in testa i comboniani di Nigrizia – che da anni si battono per la trasparenza bancaria e per lo stop delle esportazioni di armi leggere in paesi dilaniati dalla guerra, le chiamano “banche armate” e contro di loro hanno intrapreso una vera e propria battaglia. Senza armi questa volta. Solo per via legali. Nel 1990, sulla spinta dei pacifisti, il Parlamento ha infatti approvato la legge 185 che sottoponeva il commercio delle armi al controllo del Parlamento, stabiliva una serie di vincoli riguardanti il paese destinatario delle operazioni e imponeva la trasparenza bancaria. L’imperfetto è d’obbligo, perché a giugno dell’anno scorso è passata in Parlamento la riforma della 185 con alcuni effetti nei quali i pacifisti intravedono la liberalizzazione del commercio d’armi: non sarà più possibile infatti sapere dove andranno realmente a finire le armi e le si potrà esportare anche dove ci sono violazioni dei diritti umani, purchè “non gravi”, recita il testo della legge. Come stabilire la soglia della gravità, questo la legge non lo specifica. Dura sconfitta per gli attivisti che da quattordici anni si battono su questo fronte, anche se una piccola vittoria sono riusciti ad incassarla: tramite alcuni emendamenti di Ulivo e Udc è stato soppresso l’articolo 11 che prevedeva che le armi vendute con la nuova “licenza globale di progetto” fossero sottratte alla trasparenza bancaria. Articolo che, tradotto, avrebbe comportato la totale ignoranza del risparmiatore sull’impiego dei suoi risparmi e, quindi, l’impossibilità di scegliere se affidarli a una banca piuttosto che a un’altra. “La cosa più importante per noi – dice Giorgio Beretta, giornalista e missionario saveriano, uno dei leader della campagna “Banche armate” – è che le banche rispettino il diritto dei propri clienti a sapere quali percorsi faranno i loro soldi, perché poi le transazioni in cui le banche figurano come soggetti terzi sono tutte autorizzate legalmente dal nostro Governo”. Questa la trasparenza tanto invocata, una sorta di “percorso di tracciabilità” del denaro. Se quell’operaio vorrà sapere se il suo destino potrebbe incrociarsi con quello del piccolo soldato congolese, la sua banca sarà tenuta ad avvertirlo. A lui poi la scelta. Banca di Roma, gruppo bancario San Paolo Imi, Banca Intesa-Intesa Bci, Banca nazionale del Lavoro: sono queste le “banche armate” che, nella relazione 2004 - da poco presentata dal Governo in Parlamento - sulle esportazioni autorizzate l’anno scorso, compaiono in cima alla lista per aver finanziato con maggiori risorse le industrie di armi leggere. E non si tratta di spiccioli: la sola Banca di Roma ci ha messo più di 224 milioni di euro. Ma strada facendo qualcuno è tornato sui suoi passi, come Banca Intesa che proprio due mesi fa ha promesso ai suoi creditori che armerà solo paesi democratici non in conflitto, dandone comunque tempestiva comunicazione sul proprio sito Internet. Resta il punto di domanda su Unicredit Banca d’impresa che, nonostante abbia promesso di ‘disarmarsi’ già da qualche anno, nella nuova relazione governativa figura aver coperto ancora il 4,17 per cento delle esportazioni autorizzate. Da Milano il responsabile dello staff Bilancio sociale e ambientale di Unicredito italiano, Riccardo Della Valle, risponde con un comunicato che "è indispensabile un periodo transitorio per uscire definitivamente dal mercato delle anni, perchè si tratta di finanziamenti su progetti normalmente pluriennali". Per questo quindi Unicredit comparirebbe anche nella relazione 2004 tra le altre 'banche armate'. Questione di tempi. O forse che quella con la trasparenza sia la guerra più dura?
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La velocità con cui viene data una notizia avvicina alla verità? Da qui parte l’avventura del Monello. Da una domanda. Una domanda scomoda. IL Monello nasce con questo spirito. Nasce per insinuare dubbi là dove ci si appoggia mollemente su false certezze. Per paura. Anche il Monello ha paura,ma rifiuta risposte preordinate e “fa la linguaccia” ad un modo di vivere subordinato a scelte esclusive di burattinai al di sopra di ogni controllo. Il Monello vuole scegliere. É giovane e vuole fare la sua strada, le sue scelte. Il Monello vuole costruire. I suoi occhi bambini vedono cose che non gli piacciono. Sa che è difficile e che forse è un processo così lungo che potrebbe anche non beneficiarne direttamente. Ma ha la saggezza di chi pianta un albero e lo cura nei primi anni di vita, sapendo che dei frutti migliori, quelli più grossi e succosi, godrà chi verrà dopo di lui.Il Monello conosce la risposta a quella domanda. Non sempre la velocità della notizia avvicina alla verità. Così il Monello indaga, ragiona, dibatte, denuncia lontano dalle sirene della pubblicità, dei finanziamenti, delle logiche commerciali, come un bimbo concentrato a correre, a giocare e a dire quello che è.
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