lunedì, gennaio 26, 2004
martedì, gennaio 20, 2004
LA SPERANZA DEI SAHARAWI i l racconto di un viaggio Sono tornata. Con la valigia piena di colori, odori, sapori e immagini da far conoscere e far circolare. Il primo post sul mio viaggio tra i Sahrawi credo sarà il più emozionale di quelli che verranno. Sono le prime cose che riesco a scrivere dopo più di una settimana dal mio ritorno: ho dovuto far decantare le sensazioni, i vuoti e i pieni, le emozioni forti e pungenti che questa esperienza mi ha lasciato nel cuore e di cui faccio ancora fatica a parlare con gli altri. E' difficile parlarne, ma la storia dei Saharawi DEVE essere conosciuta, si DEVE sapere quale ingiustizia ha esiliato per 25 anni questo popolo nel deserto di un paese che non è il loro. Oggi vi lascio le emozioni, dai prossimi giorni vi informerò da giornalista e credo proprio che, insieme agli amici carissimi che con me hanno fatto questo viaggio, verrà creato un nuovo blog tutto dedicato ai Sahrawi. Il minimo che si possa regalare a loro che tanto mi hanno regalato. Loro che non hanno nulla ma mi hanno riempito cuore e anima, e hanno colmato vuoti che avevo partendo. Senza nulla volere in cambio. Era proprio come dicevo nell'ultimo post prima di partire.."solo per il fatto di avermi conosciuta e per il fatto di averli conosciuti". Comincio il viaggio nella terra dei Sahrawi con questa immagine che racconta molto dell'anima di questo popolo. L'ho scattata al vecchio più importante del Comune che ci ha ospitati. E' una delle menti storiche del popolo, un vecchio poeta che usa le rime e i versi per raccontare il dolore del suo popolo, per raccontare l'oceano a quei bambini che non l'hanno mai visto, perchè nati nelle tendopoli in mezzo al deserto. Il "rosario" tra le sue mani racconta la speranza, l'attesa pacifica oltre che paziente, l'ottimismo non arrendevole. Comincia da qui il mio viaggio tra i Sahrawi, mostrandovi una delle cose che più in assoluto mi hanno colpita. Cioè il vedere come l'attesa, a volte, diventi l'arma più valida per costruire un sentimento comune, una condivisione totale, una dignità intoccabile, un silenzio denso di parole e di fatti. In spagnolo, la loro seconda lingua, "aspetta" si dice ESPERA, un misto di attesa e di speranza. La stessa che vorrei che tutti quelli che passano da qui, ognuno come può, contribuisse a infondere a questo popolo magnifico. Io lo farò scrivendo e parlando di loro, con la promessa, fatta un giorno su una Land Rover sgangherata in mezzo alle dune, che quando torneranno nella loro terra, io, Henry, Roberta, Sabri, Alfredo, Saja, il Don, Cinzia e tutti quelli che con noi hanno vissuto quelle emozioni, ovunque saremo, prenderemo un aereo per festeggiare con loro il ritorno nella terra che era loro ed è diventata "promessa". Una promessa lunga quasi trent'anni. Quale attesa più paziente e orgogliosa non andrebbe festeggiata?Io l'ho promesso. Lo manterrò. Come ho mantenuto la promessa di parlare di loro a tutte le persone che incontro, anche quelle che non potrebbero capire. Il racconto comincia oggi. Da qui. Da queste mani in preghiera. In un deserto dove Allah non è stato preso a pretesto per combattere, ma solo per parlare di pace. Grazie ai Sahrawi. NEGLI OCCHI DELLA LEGGEREZZA troverete i bambini Sahrawi e il loro sguardo sul mondo...>>
giovedì, gennaio 01, 2004
NEGLI OCCHI DEI SAHRAWI
Solo due giorni. E poi il deserto e la sua gente dimenticata in quell'angolo del Sahara dove l'Algeria confina con il Marocco. Anche lì c'è un muro, ma di cui nessuno parla. L'ha alzato il Marocco dopo aver invaso il Sahara sud-occidentale e aver costretto migliaia di Sahrawi a fuggire in esilio in Algeria, dove vivono da più di vent'anni aspettando un referendum che riconosca la loro autonomia. Il Fronte Polisario di liberazione dei Sahrawi si batte da anni per ridare quella fetta di deserto alla sua gente, ma senza risultati. Rimane l'arma dell'accoglienza. I Sahrawi tutti gli anni ospitano nelle loro tende in mezzo al deserto chi vuole ascoltarli, conoscerli e far conoscere le loro storie nel proprio paese. Ho letto che, nonostante la sofferenza di un esilio tanto lungo, questo popolo ha mantenuto una dignità e un coraggio esemplari e che gli anziani amano raccontare favole e leggende che ricordino la loro terra. Raccontare rimane l'unico modo per far vivere i ricordi, per risentire sulla pelle la densità di certe emozioni, per trasmettere a chi non ha visto e non c'era quello che si è vissuto. Tornerò e racconterò e questa volta non intendo fare lo sforzo di rimanere distaccata, perchè in questo viaggio ci voglio entrare tutta quanta, cuore mente anima e pelle. Credo non sarà più la stessa cosa dopo e forse è quello che cerco da un po'. Non sarà più uguale niente e questo, senza forse, è quello che voglio. Voglio che cambi tutto. Vedere con i miei occhi tutto quello che ho sempre voluto raccontare è il viaggio più importante, quello che cambiandomi dentro, cambierà i paesaggi e gli orizzonti al mio rientro. E cambierà l'importanza che ho dato a certe persone e a certe situazioni. Finalmente. A indicarmi la strada sarà la semplicità di un popolo che vive con 'leggerezza' le sue giornate nonostante il peso enorme del suo esilio, che scandisce i suoi ritmi con una tazza di tè e accoglie chi non li conosce per farsi conoscere. Da noi non succede più. Molti cercano la leggerezza senza conoscerne il significato. La leggerezza è saper vedere le cose speciali che abbiamo proprio di fronte a noi, è saper assaporare le emozioni più vere anche nelle cose più piccole. La leggerezza arriva quando si impara a riconoscere la grandezza dove pensavamo non ci fosse. La leggerezza arriva quando smetti di essere cieco e ti accorgi che quello che avevi era mille volte più importante di quello che non hai mai avuto o che hai solamente immaginato. La leggerezza ti invade il cuore quando nel tuo orizzonte non ci sei più solo tu, ma ci fai entrare anche le persone che potrebbero darti qualcosa, solo per il fatto di averti conosciuto. Quando questo succede, pensare solo a se stessi diventa improvvisamente un peso enorme. Pensare a chi ci stava dando e ci vuole dare, diventa il passpartout per la leggerezza. Ritornerò ancora più leggera, perchè voglio far entrare tante persone nel mio orizzonte. Voglio far entrare quelle che vogliono darmi solo per il fatto di avermi conosciuta e quelle a cui vorrò dare solo per il fatto di averle conosciute. L'Io non ha più senso quando si è leggeri, perchè se ne è dato un pezzo a tutti quelli che sono passati sulla nostra strada. L'Io è per loro e io ne lascerò un pezzo anche ai Sahrawi, sicura che anche loro non mi lasceranno a mani vuote. Vi racconterò al mio rientro, ancora felice 2004 a tutti...
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La velocità con cui viene data una notizia avvicina alla verità? Da qui parte l’avventura del Monello. Da una domanda. Una domanda scomoda. IL Monello nasce con questo spirito. Nasce per insinuare dubbi là dove ci si appoggia mollemente su false certezze. Per paura. Anche il Monello ha paura,ma rifiuta risposte preordinate e “fa la linguaccia” ad un modo di vivere subordinato a scelte esclusive di burattinai al di sopra di ogni controllo. Il Monello vuole scegliere. É giovane e vuole fare la sua strada, le sue scelte. Il Monello vuole costruire. I suoi occhi bambini vedono cose che non gli piacciono. Sa che è difficile e che forse è un processo così lungo che potrebbe anche non beneficiarne direttamente. Ma ha la saggezza di chi pianta un albero e lo cura nei primi anni di vita, sapendo che dei frutti migliori, quelli più grossi e succosi, godrà chi verrà dopo di lui.Il Monello conosce la risposta a quella domanda. Non sempre la velocità della notizia avvicina alla verità. Così il Monello indaga, ragiona, dibatte, denuncia lontano dalle sirene della pubblicità, dei finanziamenti, delle logiche commerciali, come un bimbo concentrato a correre, a giocare e a dire quello che è.
Il Monello scrive anche qui
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