giovedì, giugno 30, 2005
COMANDANTE, O MIO SUBCOMANDANTE

E' molti anni che dico: "Quando ho un po' di tempo, parto da sola, con lo zaino e la macchina fotografica, e mi metto sulle tracce del Subcomandante Marcos". E' uno dei miei sogni, uno dei tanti. Poi oggi leggo su Repubblica una notizia che non so se mi rende contenta o no. Da una parte sì, perchè c'è bisogno di voci come la sua. Dall'altra no, perchè lui mi piaceva anche per il mistero attorno alla sua figura.
L'esercito zapatista sembra si prepari a dare il suo addio alle armi, trasformandosi in un moveimento politico che sceglie come interlocutore tutto il Messico, non più solo foresta e indios, per formare un'alleanza che comprenda anche "operai e contadini".
È questo, perlomeno, quello che lascia intendere la "Sesta dichiarazione della Selva Lacandona", pubblicata ieri sul quotidiano messicano "La Jornada", quando testualmente afferma: "È giunta l'ora di rischiare e compiere un passo che può essere pericoloso ma una nuova tappa nella lotta degli indios non è più possibile se gli indios non si alleano con gli operai, i contadini, gli studenti, i salariati, con tutti i lavoratori della città e della campagna.... Siamo arrivati ad punto - si legge ancora - nel quale rischiamo di perdere tutto quello che abbiamo conquistato se non facciamo nulla per andare avanti".
Vere oppure no le difficoltà va comunque ricordato che il "sub" ha già fatto un tentativo di sciogliere la guerriglia e trasformarsi in un attore politico quando organizzò la marcia su Città del Messico nel 2001, criticò apertamente le rivoluzioni armate (Fidel Castro) e manifestò l'idea di "scomparire". "Posso togliermi il passamontagna e tornare alla vita normale", minacciò all'epoca.
La reazione del governo messicano all'annuncio zapatista è stata molto positiva. Con il suo solito atteggiamento largamente sopra le righe, Fox ha detto: "Sono agli ordini di Marcos", aggiungendo però una cosa importante: e cioè la promessa dell'indulto.
(da Repubblica)
domenica, aprile 03, 2005
TANTO DI CAPPELLO A TE, GRANDE PAPA
BUONA SCIATA LASSU'..

martedì, dicembre 28, 2004
SE LA NATURA E' PIU' FORTE DELL'UOMO

lunedì, agosto 30, 2004
ANDARSENE CON UNA CAPRIOLA (grazie a Henry)
"Stamattina sono stato a un funerale. La cerimonia è andata via liscia e incolore finché alla fine il prete ha detto: "Ora il figlio vuole dire qualche parola". Il figlio, in dieci minuti, ha tratteggiato un ritratto vivo, affettuoso e vivace del padre. Un ritratto senza sbavature né esagerazioni né cedimenti al sentimentalismo. Ma quei dieci minuti hanno avuto più calore, colore e spessore di tutto il resto della cerimonia. Il papà era ancora lì tra noi, vivo, e questo sarà il ricordo che ne manterremo. Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi divesse succedere anche a me di morire - evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni - ecco le mie istruzioni per l'uso.
La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L'ora? Tardo pomeriggio, verso l'ora dell'aperitivo. Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra. Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all'epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent'anni. 
Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati.
Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po' più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.
Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l'orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po' anche a me. Voglio che si rida - avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte - . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole.
Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un'offesa alla morte, bensì un'offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega".
Enzo
venerdì, agosto 27, 2004
"Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato". [ENZO BALDONI]

Si muore, a volte, per raccontare. Perchè per chi ha dentro questo lavoro, è peggio morire di morte lenta, se non si scrive, non si racconta, non si parte, non si vede. Lui era così: aveva bisogno di raccontare quello che gli altri non potevano vedere. Aveva bisogno di dire quello che era scomodo sentire. Aveva bisogno di regalare parole a chi era stato devastato dal rumore delle bombe e delle guerre. E' così e lo sa bene chi fa questo mestiere non per il prestigio sociale che ti dà, per il successo che forse, prima o poi, ti piove addosso, per i privilegi concessi a una categoria potenzialmente pericolosa. Lo sa bene chi fa questo mestiere per un sogno, un sogno spesso più grande della tua stessa vita, un sogno che a volte rischia di inghiottirti, non ti fa dormire, ti sbarra gli occhi di notte e ti butta in un vortice di pensieri troppo pesanti da gestire con il cuore leggero. Se ne è andato e con lui la speranza che questo lavoro in fondo ti possa salvare. Ti possa far guardare le stelle con occhio diverso. Lo fa, questo è sicuro, ma come ti innalza, così ti sprofonda. E a volte ti uccide. Ma per uno come Baldoni, questo è quello che conta meno. Lo scrisse come un testamento nel suo blog, il suo ultimo post: "Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me." e. E allora, forse, ci si consola un po' e sono sempre le parole a consolarci, più di qualunque altra cosa. Le sue parole arrivano lentamente dentro le ferite e danno un piccolo sollievo. Più piccolo, che sollievo. Ma pur sempre qualcosa che un po' aiuta a respirare, nonostante le lacrime che scendono in gola ti impediscano di respirare. Ciao Enzo, nonostante tutto, voglio ancora fare la giornalista. Anche se il mio sogno oggi sembra ancora più irraggiungibile.
lunedì, agosto 09, 2004
QUANDO LE STELLE NON CADONO... Tempo di stelle cadenti. Come se bisognasse accorgersi del cielo solo a San Lorenzo. Esattamente come chi diventa improvvisamente romantico solo a San Valentino o donna solo l'8 marzo o mamma solo la seconda domenica di maggio o di sinistra solo il 25 aprile. E poi c'è chi le stelle le guarda tutti i giorni, le riconosce ad occhi chiusi e non aspetta che cadano per farsi rapire dalla loro magia. Per esempio don Vittorio Ferrari, il cappellano dell'ospedale di Sesto San Giovanni. Un milanese che, incredibilmente, ogni tanto guarda all'insù, con tutto il rispetto per i milanesi. Don Vittorio, forse perchè abituato a rivolgere lo sguardo alle cose per definizione infinite e senza confini precisi, è sempre stato appassionato di astronomia e ha deciso di regalare la sua passione anche a chi ha lo sguardo costretto dentro quattro mura. E quattro mura tristi come quelle di un ospedale. La sera, quando fa buio, sale sul tetto dell'ospedale insieme ai pazienti e fa' loro sbirciare una fetta del grande cielo dal piccolo occhio di vetro del telescopio che i medici e gli infermieri gli hanno regalato la notte di Natale di qualche anno fa. "Portare le persone che non stanno bene a vedere le stelle - mi ha raccontato don Vittorio con la sua voce che infonde calma e serenità - è come dire loro di guardare in alto, al di là della sofferenza; ma è anche un modo che ho sempre usato per dire che loro per me sono le prime stelle da guardare, senza andare troppo oltre". E i pazienti l'hanno capito, gli chiedono di portarli a vedere la luna, le stelle o i pianeti; gli chiedono di farli uscire dall'orizzonte stretto della loro malattia per spaziare in quello immenso del cielo, che "è il gemello dell'oceano", secondo don Vittorio. I bambini poi si lasciano incantare dall'indice del prete astronomo puntato su quei puntini luminosi che assumono varie forme e che hanno la loro mitologia. Forse un giorno capiranno che quell'indice è stato il segnale più importante nella loro vita per seguire la strada giusta. Che non è quella dove le stelle cadono, ma quella dove vengono schizzate verso altri cieli. Nell'altrove.
venerdì, luglio 30, 2004
Un Uomo (Ciao, Tiziano)
Il saluto a TIZIANO TERZANI di Henry, Istintivamente
Lo avevo intervistato una decina di anni fa, per il suo libro "Un indovino mi disse". E già mi era sembrato un uomo speciale. Sorrideva e mi trattava come un collega. Era così, in effetti, ma provate oggi a intervistare uno meno bravo di lui, che però magari è sempre in tv. Un Mughini, un Vespa, un Gervaso. Era vestito tutto di bianco, ma non aveva ancora la barba lunga. Mi consigliò di scrivere un libro sui giornali italiani e sul senso del ridicolo che li pervade, ma che quasi tutti ignorano. Gli avevo dato la mano con un sorriso e molta gioia dentro. L'avevo rivisto due anni fa a Mantova, al festival. Sedevo sul prato con la mia morosa di allora e lo ascoltavamo incantati. Era un uomo ancora più illuminato, dolce, pieno di energia. Parlava del cane che tutti abbiamo dentro, e che neghiamo. Ma anche della possibilità di tirare fuori il meglio da noi. Parlava della rabbia e dell'orgoglio, con una bella ironia. Citava con un sorriso la sua "innominabile concittadina", astiosa prigioniera di un grattacielo a New York, e la invitava a cercare la pace dentro di sè, anzitutto, invece di continuare a odiare. Oggi Tiziano Terzani torna verso la casa del Padre, che forse non è lo stesso che intendo io. Torna all'energia primaria dell'universo, quello che ha scrutato da solo e a lungo nelle notti sull'Himalaya, dove si era isolato a meditare sull'impermanenza, sul vuoto del mondo, su tutto ciò che si trasforma. Fino a quell'11 settembre, in cui aveva cominciato a capire che doveva scendere. Tornare nel mondo e raccontare. Forse l'unica conseguenza positiva, di quel giorno nefasto, che ci ha almeno ridato, anche se per troppo poco tempo, un Uomo. Un uomo, Oriana, sì. Pensaci anche tu.
venerdì, luglio 16, 2004
IL DOLORE INUTILE RACCONTATO DA UN MAESTRO Ci sono delle persone che hanno qualcosa negli occhi, una specie di fuoco sacro, inavvicinabile. Il rischio è essere bruciati. Oppure è solo il mio timore reverenziale verso alcuni Maestri del mestiere, quelli che con alcune parole ti raccontano una vita esattamente come la stessero scrivendo per un articolo di giornale. Sergio Zavoli mio ha fatto questo effetto ieri sera, quando, dopo la presentazione del suo libro "Il dolore inutile", mi ha stretto la mano con forza e mi ha fissata dritta negli occhi. Mio padre mi ha sempre detto una cosa che poi ho riscontrato negli anni, proprio lui che quando saluta qualcuno dà una stretta di mano talmente vigorosa da provocare dolore nei meno abituati: "Le persone schiette, sincere, con personalità e cuore sono quelle che ti danno una bella stretta di mano, di tutte le altre diffida". Zavoli ha una stretta di mano simile a quella di mio padre e devo dire che la corrispondenza mano-anima viene sigillata dalle sue parole e dalle sue azioni. Ha parlato per due ore dell'accanimento terapeutico, del tabù che ancora domina la mentalità medica del nostro Paese nel somministrare morfina a malati terminali, dilaniati dal male e sfigurati dal dolore. Due ore di argomentazioni chiare, documentate, impregnate di cognizioni cristiane, seppur profondamente laiche, dense di filosofia, ma soprattutto di profondo rispetto per la vita. "Siamo nati per vivere - ha detto a un certo punto - non per morire e più si vive meglio è, l'ha detto anche il Papa". Un garbato e composto signore di 81 anni che parla della morte come se fosse uno spettro lontano è una cosa che mi fa sempre specie, perchè certe persone davvero sembrano immortali. E lo saranno per quello che hanno saputo trasmettere agli altri. Ieri sera la sua voce profonda e pacata nel ricordo della malattia del padre e del dolore inutile che per tanti anni dovette subire, non si è mai incrinata, non ha mai cambiato il tono di fronte alla provocazione, non si è mai abbassata parlando delle conseguenze spiacevoli che il dolore per una malattia provocano in una casa, in una famiglia, nella persona che ne è vittima e in tutte quelle che la vedono spegnersi lentamente. "Un giorno un medico prese in disparte me e i miei fratelli e ci disse, con quella che non si chiama propriamente psicologia, che nostro padre per quella malformazione al cuore avrebbe potuto morire da un momento all'altro anche solo allacciandosi le scarpe: io e i miei fratelli abbiamo vissuto per anni e anni con l'incubo che mio padre si chinasse per calzarsi le scarpe. Così, in uno dei primi viaggi che ho fatto per lavoro in Africa, in un mercatino un giorno vidi questo calzascarpe alto. Ne comprai tre e arrivai a casa convinto che dopo questo acquisto mio padre non sarebbe morto mai". Il racconto di Zavoli del dolore suo, di suo padre e di tutta la sua famiglia, non ha mai toccato punte di pietismo, non ha mai raggiunto la soglia del patetico. Realistico, quasi innocente, come la morte che arriva a un certo punto a portarsi via le persone che amiamo. L'unica colpa è in chi non permette che l'addio avvenga senza quel dolore straziante e senza senso che devasta il corpo di chi soffre. E su questo Zavoli è stato duro, pur usando parole all'orecchio morbide e quasi ingiallite dagli anni, quelle parole che solo Loro, i grandi Maestri del Giornalismo possono permettersi di usare con classe e disinvoltura, mentre tutti quelli che cercano di fare i giornalisti vengono inghiottiti dal ritmo incalzante delle agenzie di stampa, dell'informazione strillata, dalla pubblicità mascherata da notizia. Per Zavoli la notizia è ancora quella che nasce dal cuore, dall'ascolto, dal dialogo che arricchisce e trasforma chi fa le domande e chi risponde.
lunedì, giugno 07, 2004
CONTRO IL TRAFFICO DI ORGANI IN MOZAMBICO
Di una magrezza da fame, distinto come un vero signore e con negli occhi una luce magnetica. La luce che hanno solo quelli che hanno toccato la vita nel suo fondo, perchè la morte l'hanno sfiorata troppe volte. Sia la loro che quella degli altri. Padre Claudio Avallone è difficile da descrivere, perchè è difficile riassumere in qualche riga quello che sta facendo e ha fatto. E' stato lui a smascherare il traffico di organi dei bambini del Mozambico, lui e le suore della missione dove è stato a lungo. Sabato sera ero seduta a tavola con lui, insieme al mio amico Henry di Istintivamente (a cui delego il compito di spiegare in cosa consiste il traffico folle di organi). Eravamo a una cena di solidarietà per l'Africa a Luzzara, dove è nato un altro grande uomo, Don Emanuele Benatti, missionario per vent'anni in Madagascar, con cui quest'inverno sono stata ai campi profughi dei Saharawi a Tindouf. Certe persone hanno un carico di vitalità e di energia che mi investe e mi fa sentire davvero piccola. E hanno addosso nello stesso tempo una profonda gioia di vivere, loro che hanno visto morire troppe persone, ma anche un'altrettanto profonda tristezza. Un misto strano, un connubio che ritrovo in poche persone, forse le migliori, forse quelle che sanno molto di più di noi della vita e dei suoi meccanismi. Non credo sia una questione di fede. Non credo esista un Dio abbastanza grande da sorreggere un dolore e una gioia così grandi. Non lo so. Nel racconto di Claudio Avallone, persona di un'umiltà paradossale, non c'era retorica, non c'era sentimentalismo, non c'era melodramma. C'erano i fatti, quelli più crudi, quelli che i giornalisti fanno fatica a raccontare con la stessa distanza. Loro nella realtà ci erano ficcati dentro, ma sono riusciti a raccontarla in modo equilibrato, proprio per farla conoscere bene. Magari ci fossero più giornalisti così: le ingiustizie verrebbero a galla senza tanti fronzoli e senza tanta smania di protagonismo. E se volete sapere i dettagli dell'inchiesta del Mozambico, leggete QUI>>
martedì, maggio 11, 2004
"E' cieco chi guarda solo con gli occhi" (proverbio Saharawi)

(Senza tetto irlandese, foto Repubblica)
mercoledì, maggio 05, 2004
SE I NOSTRI RISPARMI FINANZIANO I CANNONI daniela corneo Un operaio che lavora, guadagna poco più di mille euro al mese e li mette da parte nella sua banca. Un ragazzino del Congo che imbraccia un fucile, lo usa come un giocattolo nella guerra che sta devastando il suo paese e la banca non sa nemmeno cosa sia. Eppure la banca dell’operaio punta molto su quel ragazzino. Tra molte banche italiane e i numerosi focolai di guerra accesi in tutto il mondo c’è infatti un legame stretto, anzi strettissimo, se si pensa che i soldi dei risparmiatori servono molto spesso a finanziare ditte che esportano armi nei paesi caldi. Senza che quello stesso operaio ne sappia nulla. Molto spesso, infatti, le banche mettono a tacere le transazioni regolarmente autorizzate ogni anno dal nostro Governo. I movimenti pacifisti, le associazioni e i soggetti religiosi – in testa i comboniani di Nigrizia – che da anni si battono per la trasparenza bancaria e per lo stop delle esportazioni di armi leggere in paesi dilaniati dalla guerra, le chiamano “banche armate” e contro di loro hanno intrapreso una vera e propria battaglia. Senza armi questa volta. Solo per via legali. Nel 1990, sulla spinta dei pacifisti, il Parlamento ha infatti approvato la legge 185 che sottoponeva il commercio delle armi al controllo del Parlamento, stabiliva una serie di vincoli riguardanti il paese destinatario delle operazioni e imponeva la trasparenza bancaria. L’imperfetto è d’obbligo, perché a giugno dell’anno scorso è passata in Parlamento la riforma della 185 con alcuni effetti nei quali i pacifisti intravedono la liberalizzazione del commercio d’armi: non sarà più possibile infatti sapere dove andranno realmente a finire le armi e le si potrà esportare anche dove ci sono violazioni dei diritti umani, purchè “non gravi”, recita il testo della legge. Come stabilire la soglia della gravità, questo la legge non lo specifica. Dura sconfitta per gli attivisti che da quattordici anni si battono su questo fronte, anche se una piccola vittoria sono riusciti ad incassarla: tramite alcuni emendamenti di Ulivo e Udc è stato soppresso l’articolo 11 che prevedeva che le armi vendute con la nuova “licenza globale di progetto” fossero sottratte alla trasparenza bancaria. Articolo che, tradotto, avrebbe comportato la totale ignoranza del risparmiatore sull’impiego dei suoi risparmi e, quindi, l’impossibilità di scegliere se affidarli a una banca piuttosto che a un’altra. “La cosa più importante per noi – dice Giorgio Beretta, giornalista e missionario saveriano, uno dei leader della campagna “Banche armate” – è che le banche rispettino il diritto dei propri clienti a sapere quali percorsi faranno i loro soldi, perché poi le transazioni in cui le banche figurano come soggetti terzi sono tutte autorizzate legalmente dal nostro Governo”. Questa la trasparenza tanto invocata, una sorta di “percorso di tracciabilità” del denaro. Se quell’operaio vorrà sapere se il suo destino potrebbe incrociarsi con quello del piccolo soldato congolese, la sua banca sarà tenuta ad avvertirlo. A lui poi la scelta. Banca di Roma, gruppo bancario San Paolo Imi, Banca Intesa-Intesa Bci, Banca nazionale del Lavoro: sono queste le “banche armate” che, nella relazione 2004 - da poco presentata dal Governo in Parlamento - sulle esportazioni autorizzate l’anno scorso, compaiono in cima alla lista per aver finanziato con maggiori risorse le industrie di armi leggere. E non si tratta di spiccioli: la sola Banca di Roma ci ha messo più di 224 milioni di euro. Ma strada facendo qualcuno è tornato sui suoi passi, come Banca Intesa che proprio due mesi fa ha promesso ai suoi creditori che armerà solo paesi democratici non in conflitto, dandone comunque tempestiva comunicazione sul proprio sito Internet. Resta il punto di domanda su Unicredit Banca d’impresa che, nonostante abbia promesso di ‘disarmarsi’ già da qualche anno, nella nuova relazione governativa figura aver coperto ancora il 4,17 per cento delle esportazioni autorizzate. Da Milano il responsabile dello staff Bilancio sociale e ambientale di Unicredito italiano, Riccardo Della Valle, risponde con un comunicato che "è indispensabile un periodo transitorio per uscire definitivamente dal mercato delle anni, perchè si tratta di finanziamenti su progetti normalmente pluriennali". Per questo quindi Unicredit comparirebbe anche nella relazione 2004 tra le altre 'banche armate'. Questione di tempi. O forse che quella con la trasparenza sia la guerra più dura?
domenica, aprile 25, 2004
RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE dedicato a tutte le lotte per la libertà, quelle globalizzate e quelle personali, quelle taciute e quelle sponsorizzate, quelle di tutti i giorni e quelle che si ricordano un solo giorno all'anno, quelle che..il fine non deve mai giustificare i mezzi..
sabato, aprile 24, 2004
PIOVE SEMPRE SUL BAGNATO...

Alcune delle famiglie rimaste senza casa a causa di un incendio scoppiato in una baraccopoli appena dietro il Dipartimento di immigrazione thailandese, a Bangkok (fonte Corriere della Sera - Afp)
giovedì, aprile 08, 2004
COLOMBIA, VIOLENZA PASSATA SOTTO SILENZIO Guerra senza fine in Colombia, dove le vittime nell'arco dell'ultimo mese sono diverse centinaia tra membri dei gruppi armati illegali, esercito e popolazione civile. Offensive, massacri e sequestri di persona sono ancora una volta all'ordine del giorno, e la politica di "Sicurezza Democratica" del presidente Alvaro Uribe non sembra tradursi in alcun miglioramento della situazione.Solo ieri, secondo il quotidiano El Tiempo, tre presunti guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) e due paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) sono rimasti uccisi in due scontri con l'esercito nei dipartimenti del Tolima e del Casanare.Inoltre, il quotidiano El Pais sostiene che due giovani di 17 e 24 anni, a quanto pare appartenenti al "Fronte 5" delle FARC, sarebbero morti a Chigorodó (Urabá) nell'esplosione di un ordigno che portavano con sè.Fonti militari annunciano la morte di altri tre sospetti irregolari nel Norte de Santander e nella regione di Arauca.Le violenze appena trascorse costituiscono solamente una minima parte di quanto accaduto tra il 7 aprile ed il 7 marzo scorso; un bilancio stilato dalle autorità dichiara che in questo lasso di tempo sarebbero stati "abbattuti" 137 ribelli delle FARC e dell'Esercito di Liberazione Nazionale (ELN); in aggiunta, vengono citati dei feroci scontri a El Castillo, nel Meta, che avrebbero provocato "un centinaio di morti" tra la guerriglia.Quest'ultima notizia, tuttavia, non trova conferme da parte di fonti indipendenti. Per contro, informazioni diffuse dai comandi delle FARC smentiscono il resoconto complessivo dell'esercito, parlando di "più di 150 militari uccisi".Ancora secondo il governo di Bogotà, vi sarebbero 50 vittime tra le fila dei paramilitari, mentre sarebbero 39 i soldati regolari ed i poliziotti morti nel corso dei combattimenti, alcuni dei quali conseguenze di errori fra le varie unità. (fonte War News)
martedì, aprile 06, 2004
TUTTI I RISVOLTI DELLA GUERRA
 Nessuno può ancora dire con certezza se la foto del soldato statunitense e dei due bambini iracheni che tengono il cartello “ Il caporale Boudreaux ha ucciso mio padre e poi ha messo incinta mia sorella” sia vera, o se sia stata abilmente ritoccata al computer. Ma l’immagine in sé esiste e fa discutere su diversi blog statunitensi, e in particolare su alcuni frequentati da membri dell’esercito. Provocando reazioni che vanno dal divertimento alla consapevolezza che quella foto, anche se falsa, fornirà ulteriori motivi a chi già prova risentimento nei confronti degli Usa. Blog di ogni tipo si sono scatenati nei modi più impensabili su questa immagine e sui suoi significati. Ma il vero significato della foto – e in particolare le conseguenze che può avere sull’opinione pubblica nel mondo islamico in un momento così delicato – è compreso solo da un partecipante al blog abovetopsecret.com. “Proverò a spedire la foto ad alcuni forum arabi. Per i nuovi terroristi sarà una buona ragione per ammazzare un altro po’ di americani. E ci sono ancora americani che si chiedono perché sono odiati”. ( fonte Peacereporter)
lunedì, aprile 05, 2004
TOTAL BLACK Un gruppo di donne irachene, velate dalla testa ai piedi, prende parte a una parata del gruppo armato sciita Al-Mehdi, fondato da Muktada Al-Sadr. La manifestazione si è svolta a Sadr City, a nord di Baghdad (fonte Corriere-Ap) LE DONNE E LA GUERRA >>
ALGERIA, LE VITTIME DI MARZO Mentre il Paese si prepara per le elezioni presidenziali dell'8 aprile, continua la spirale di violenze tra esercito ed estremisti islamici; in tutto il mese di marzo si registra la morte di quasi 80 persone, e si segnala tra l'altro un nuovo aumento di omicidi ed atrocità commesse contro la popolazione civile. Solo nel fine settimana, secondo quanto riportato dal quotidiano Le Matin, due presunti integralisti del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) sarebbero morti in un rastrellamento delle forze di sicurezza presso la cittadina di Dellys, in Cabilia (nord-est dell'Algeria). (fonte War News)
giovedì, aprile 01, 2004
IN FUGA DAL DARFUR
Nel febbraio 2003, un guerra civile è esplosa nella regione del Darfur (Sudan occidentale). Due gruppi ribelli, il Sudanese Liberation Army/Movement e il Justice and Equality Movement, un gruppo che ha preso parte al conflitto lo scorso novembre, chiedono che vengano migliorate le condizioni di vita della popolazione che vive in Darfur. Gli scontri tra i gruppi separatisti e l'esercito sudanese sono stati e rimangono particolarmente violenti e ad essi bisogna aggiungere saccheggi, distruzioni di villaggi. In meno di un anno, questa guerra dimenticata ha ucciso circa 3.000 civili e messo in fuga 600.000 persone. Alla fine di gennaio 2004, più di 120.000 profughi sono fuggiti in Ciad. (Fonte Medici Senza Frontiere)
lunedì, marzo 29, 2004
THAILANDIA, BOMBA AL KARAOKE Una bomba esplosa a Sungai Kolok, nella provincia di Narathiwat, ha provocato il ferimento di 28 persone, di cui due versano in gravi condizioni. L'episodio costituisce un chiaro salto di qualità della guerriglia musulmana attiva nel Sud del paese, in quanto per la prima volta vengono colpiti deliberatamente obiettivi civili. L'ordigno che, secondo quanto riferito dall'agenzia AFP, era piazzato in una motocicletta parcheggiata ai bordi della strada, è esploso alle 19.30 di ieri sera ora locale, nei pressi del "Top Ten 2004", bar karaoke molto frequentato dai turisti. La città di Sungai Kolok, infatti, è posta proprio al confine con la Malaysia, e grazie alla sua vivace vita notturna, attrae ogni sera visitatori malesi che affollano i numerosi locali.Ciò nonostante, le autorità thailandesi hanno affermato che la maggior parte delle vittime dell'attentato sono abitanti del luogo, in particolare lavoratori dei locali o clienti degli stessi.Le provincie meridionali della Thailandia, a maggioranza musulmana in una nazione decisamente buddista, sono scosse da una forte escalation di violenza, animata in particolare da gruppi islamici radicali ed indipendendisti, tra i quali spicca il Pulo (Pattani United Liberation Organization), attivi soprattutto nelle provincie di Pattani, Yala e Narathiwat. Le vittime dall'inizio dell'anno sono già oltre 50. Nelle ultime settimane si è registrato un ulteriore incremento delle azioni dei guerriglieri, scatenato probabilmente da alcuni episodi, quali la misteriosa scomparsa di un avvocato leader della comunità musulmana e difensore di 4 presunti terroristi di Jemaah Islamyia, e l'arresto di 9 capi della guerriglia. (fonte WARNEWS)
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La velocità con cui viene data una notizia avvicina alla verità? Da qui parte l’avventura del Monello. Da una domanda. Una domanda scomoda. IL Monello nasce con questo spirito. Nasce per insinuare dubbi là dove ci si appoggia mollemente su false certezze. Per paura. Anche il Monello ha paura,ma rifiuta risposte preordinate e “fa la linguaccia” ad un modo di vivere subordinato a scelte esclusive di burattinai al di sopra di ogni controllo. Il Monello vuole scegliere. É giovane e vuole fare la sua strada, le sue scelte. Il Monello vuole costruire. I suoi occhi bambini vedono cose che non gli piacciono. Sa che è difficile e che forse è un processo così lungo che potrebbe anche non beneficiarne direttamente. Ma ha la saggezza di chi pianta un albero e lo cura nei primi anni di vita, sapendo che dei frutti migliori, quelli più grossi e succosi, godrà chi verrà dopo di lui.Il Monello conosce la risposta a quella domanda. Non sempre la velocità della notizia avvicina alla verità. Così il Monello indaga, ragiona, dibatte, denuncia lontano dalle sirene della pubblicità, dei finanziamenti, delle logiche commerciali, come un bimbo concentrato a correre, a giocare e a dire quello che è.
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